Roberto Coppiello: la tenacia in pedana
Il Veterano veneto è stato autore della conquista del titolo mondiale di Fossa Universale della sua qualifica dopo il secondo posto del 2025
(di Massimiliano Naldoni)
Il Campionato del Mondo di Fossa Universale di Melbourne lo ha visto concorrere da runner-up: all’appuntamento iridato di Roma dello scorso agosto infatti l’irraggiungibile Graziano Borlini si era preso autorevolmente – e legittimamente – tutta la scena nel comparto Veterani e aveva inevitabilmente relegato al secondo posto Roberto Coppiello che per aggiudicarsi quell’argento capitolino aveva dovuto anche vincere un difficile spareggio. Era inevitabile dunque che, dopo la rinuncia – peraltro annunciata da tempo – di Borlini a difendere il titolo sul suolo australiano, il candidato ideale a tenere alte le insegne dei Veterani d’Italia della cinque macchine fosse proprio il sessantasettenne padovano di Vigonza che conduce il suo allenamento al Tav Le Tre Piume di Agna. Ovvero quel Roberto Coppiello (nell’immagine di copertina al vertice del podio iridato di Melbourne) che ha conquistato la qualificazione e nel continente nuovissimo si è poi laureato campione del mondo con 189/200. Ma riavvolgiamo un attimo la pellicola e andiamo per gradi.
Roberto, che gara è stata per te questo Mondiale australiano?
Una gara con tanti aspetti diversi. Nella prima serie ho sbagliato il primo piattello: un destro sul quale c’era poca visibilità. Mi ha sorpreso, ma ho chiuso con 24. Ma nella seconda serie, quella del 21, si è manifestata subito una situazione non facile. Per effetto di un’assenza, abbiamo sparato in cinque in batteria e si sono ovviamente velocizzati molto i tempi. Di solito in ogni pedana io mi prendo il mio tempo: osservo dove puntare e compio tutti i movimenti senza fretta. In questo caso, con la batteria ridotta a cinque tiratori, in ogni passaggio dalla pedana 5 alla 1 mi sono trovato costretto a dare subito il pull per non rischiare di andare oltre il tempo consentito. In realtà fino al diciassettesimo piattello ero addirittura pieno: poi la velocità della pedana nelle ultime fasi ha travolto il mio ritmo normale, mi sono lasciato trascinare da quel ritmo accelerato e ho fatto quattro zeri. C’è anche una spiegazione molto personale a questo fenomeno. Nella mia carriera di tiratore mi ha sempre dato fastidio essere guardato come quel tiratore che blocca la pedana: quello che la rallenta. In condizioni normali, quando l’atleta che ha sparato prima di me sta sbossolando, io sono già pronto a sollevare il fucile per imbracciare, per il fatto che preferisco puntare rapidamente e poi star fermo qualche attimo per osservare meglio la linea di tiro. Per il motivo che dicevo, in quella serie sono stato invece costretto ad accelerare troppo tutte le fasi. I campi di Melbourne in cui abbiamo gareggiato non hanno dei riferimenti visivi molto marcati e se per caso, con la fretta dell’esecuzione, non valuti correttamente dove mirare, magari affronti un piattello basso, ma nel frattempo magari ti sei impostato troppo alto e non lo ritrovi più.

Però hai compreso il problema e sei intervenuto prontamente per non pregiudicare la gara.
Sì, ho capito l’errore che avevo fatto in quella seconda serie e il giorno successivo l’ho corretto. E infatti il secondo giorno è andata subito meglio: ho fatto un 25 e poi un 23 con 23 prime canne. Il terzo giorno abbiamo sparato di nuovo in sei perché si è presentata l’atleta assente nella seconda serie del primo giorno. Poi, però, abbiamo gareggiato di nuovo in cinque il quarto giorno. La settima serie, quella del 22, l’ho sparata addirittura in un momento in cui non c’era luce. Ho provato tutte le lenti degli occhiali che avevo con me, ma lo sfondo non c’era proprio in quel momento. I piattelli bassi dopo dieci metri sparivano: non li vedevi più. L’ultima serie l’ho sparata sotto la pioggia. Ero reduce dal 22 della settima e temevo davvero di aver compromesso la gara. Io non guardo mai i punteggi, ma dagli altri della squadra stavo ricevendo qualche messaggio e capivo che la possibilità di fare il podio c’era. Devo dire che sono entrato in pedana così concentrato che la pioggia sopra la testa e sul fucile non l’ho vista proprio! In quella condizione a volte potrei stare in pedana per altri venticinque piattelli dopo la serie: se entro in quella bolla di concentrazione, se non vedo niente intorno e penso solo al bersaglio, allora non ce n’è per nessuno. Dopo il 25 dell’ultima serie sono andato a vedere i punteggi. Ero in testa ma mancavano ancora un paio di atleti che dovevano completare la gara e potevano superarmi. Poi, però, è arrivato il titolo!

Roberto Coppiello con Sandro Polsinelli e Mario De Donato sul secondo gradino del podio del concorso a squadre al Mondiale di Melbourne
La tua determinazione a inseguire la vittoria al Mondiale era apparsa chiara fino dalla qualificazione dell’autunno.
Sì, volevo fortemente quella qualificazione. Al primo test di Fagnano mi ero classificato secondo e avevo quindi strappato il bonus per partecipare alla finale di Ponso. In quella finale ho compiuto un gesto che appunto abitualmente non mi appartiene: avevo guardato i punteggi per tenere sotto controllo gli altri colleghi che erano candidati alla qualificazione. Sono arrivato alla sesta serie con 144 e ho visto che avevo un vantaggio pronunciato nei confronti di tutti. Forse quella situazione ha prodotto un po’ di rilassamento e infatti le ultime due serie sono state due 22. Il risultato è stato sufficiente per ottenere la qualificazione, ma mi ha anche aiutato a comprendere pienamente che, se vuoi concorrere al massimo risultato, non puoi mai abbandonare il tuo stato mentale ideale. Ne ho tenuto conto anche per l’allenamento che ho condotto a Melbourne, quando ho capito che stavo sparando veramente bene. Nella settimana del Mondiale abbiamo affrontato cento piattelli il lunedì e altri cento il martedì. Ne sono venuti fuori un 93 il primo giorno e un 94 il secondo: cioè delle medie molto vicine al punteggio che ho fatto poi in gara. Anche se in allenamento io privilegio gli aspetti tecnici: non mi interessa fare il punteggio, quanto piuttosto capire cosa fare e cosa non fare in gara.
Roberto, qual è l’aspetto più particolare di questo Mondiale che ricorderai a lungo?
Certamente il sostegno degli italo-australiani: abbiamo ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte di tanti appassionati della Fossa Universale che hanno origini italiane. Ci hanno seguito durante le fasi cruciali della gara e ci hanno sostenuto. Ci chiamavano per nome come se fossimo davvero atleti famosissimi: è stata un’esperienza piacevolissima ed emozionante.
Foto: Stefano Terrosi




