Giovanissimevolmente: Valentina Archetti
La campionessa europea e mondiale delle Juniores di Fossa Olimpica racconta il suo luminosissimo 2026
(di Massimiliano Naldoni)
Negli annali il 2026 per Valentina Archetti andrà sotto la denominazione di stagione perfetta. La ventenne bresciana di Coccaglio ha completato infatti il percorso agonistico con la conquista del titolo europeo delle Juniores di Fossa Olimpica sulle pedane greche di Malakasa dopo essersi laureata campionessa del mondo nella sede tedesca di Suhl nello scorso giugno. D’accordo: stagione perfetta è definizione da cronisti. Un’atleta come Valentina Archetti che fa della scrupolosa accuratezza, dell’impegno metodico e dell’atteggiamento sobrio il proprio principio di lavoro probabilmente non si abbandonerebbe mai a un trionfalismo del genere, ma ai commentatori è concesso dire schiettamente quello che un’atleta di valore merita e per la specialista lombarda delle Fiamme Oro, oggi sul tetto d’Europa e del mondo, è impossibile non spendere il massimo elogio. A Valentina Archetti abbiamo chiesto allora di ripercorrere idealmente tutti i momenti cruciali di questa splendida stagione.
Valentina, con quale atteggiamento hai affrontato il Campionato europeo?
Sono arrivata sapendo che ero abbastanza in forma. Stavo sparando bene, perciò sentivo che era possibile fare una buona gara. Naturalmente nello sport la sicurezza di una bella prova non c’è mai: un po’ per il fatto che era l’ultima gara di una stagione lunga, poi c’era anche la stanchezza fisica delle tante gare consecutive perché in un mese e mezzo ci sono state tre o quattro gare importanti di seguito. Poi, certamente, sentivo anche il peso e la pressione di gareggiare da campionessa del mondo. Ma soprattutto sapevo di aver fatto bene nelle altre due gare della stagione con la conquista del titolo mondiale e poi con il secondo posto alla Coppa del Mondo di Porpetto: è chiaro che, dopo quei risultati, vuoi dimostrare di valere e di essere in grado di far bene anche nella terza gara importante dell’anno. È fuori discussione che gareggiare in possesso del titolo principale della stagione e dopo altre buone prove ti attribuisce una responsabilità maggiore rispetto al caso in cui affronti una gara senza nessuna vittoria precedente: quando nessuno si aspetta niente da te.
Forse infatti nella tua prova del primo giorno dell’Europeo si è palesato un certo affanno?
Il primo giorno di gara è stato sicuramente al di sotto delle mie aspettative e delle mie capacità e certamente al di sotto dello standard che sono in grado di rispettare. Qualche effetto di quello che dicevamo prima si è fatto sentire, ma ho anche sofferto le difficoltà di un impianto che giudico un bel campo di gara, ma non facile. È ovvio che quella prima giornata mi ha costretto a fare un certo ragionamento in vista del secondo giorno. Dal momento che i punteggi in generale erano abbastanza alti, ho pensato che nel secondo giorno, per andare in finale, i piattelli dovevo romperli tutti. O quantomeno: tanti. Devo dire che questa situazione mi ha messo ancora più adrenalina addosso per la volontà di riuscire ad arrivare e sono riuscita a trasformare tutto questo in quella carica positiva che mi ha permesso di fare un secondo giorno molto buono con un 49/50 in qualificazione. Il 25 nell’ultima serie, quando sai che quel punteggio determina tutto, è anche sempre una grande emozione. Vuol dire riuscire a chiudere la gara al massimo, anche perché, sì: potevo permettermi uno o anche due zeri, ma è sempre meglio avere la certezza di entrare in finale senza dover passare dallo shoot-off.
Fra l’altro hai comunque saputo gestire ottimamente anche lo shoot-off per il dorsale.
In ogni finale il dorsale è importante, ma in quella finale dell’Europeo sentivo che serviva conquistare il miglior dorsale possibile perché tutte le altre atlete in qualificazione avevano fatto buoni punteggi e c’era quindi la previsione che anche in finale non ci fossero in giro tanti zeri.
Possiamo dire che il 28/30 in finale, lo stesso punteggio del Mondiale e dell’Europeo, è un po’ il tuo marchio di fabbrica?
In Grecia sono riuscita a eguagliare il mio stesso record del mondo e sono molto contenta di quel punteggio perché fare 28 vuol dire effettivamente aver fatto una buonissima finale. All’Europeo sono entrata in finale con una buona carica, ma anche con una certa serenità: tutte condizioni che si sono proiettate positivamente sul punteggio perché dopo i primi tre giri di pedana, ai quindici lanci, quando a quel punto erano uscite quattro atlete, non avevo commesso neppure un errore. Poi, ai venti piattelli avevo comunque uno zero solo, quindi sentivo di aver saputo costruire un buon vantaggio su tutte le altre finaliste. Poi, d’accordo, è arrivato un altro zero prima dell’ultimo giro, ma senza conseguenze. Anche in questo caso, come in quello del 25 all’ultima serie di qualificazione, quando riesci a costruire una finale con queste caratteristiche, è sempre un’emozione unica.
Le tante finali disputate in questa stagione e i tanti ottimi risultati che hai ottenuto ci dicono anche che questa tipologia di finale è assolutamente la tua gara: lo pensi anche tu?
Diciamo che a monte ci sono tante serie di allenamento, tante prove e anche tanti errori. Tutto questo per andare a trovare il modo giusto di affrontare questa finale che è certamente un modo diverso rispetto a quello della finale precedente. C’è insomma una gran mole di lavoro all’origine di questi risultati. In questi mesi mi sono allenata tantissimo sulla finale per riuscire ad affrontarla al meglio sia a livello tecnico che dal punto di vista delle emozioni e della condizione mentale. Perché in questa finale, in qualunque momento possono verificarsi degli errori che ribaltano completamente la situazione: è capitato anche a me a Porpetto, quando ero in vantaggio, ma con gli errori agli ultimi due piattelli è cambiato tutto. È una situazione in cui praticamente regali l’oro con pochi ma determinanti errori alla fine. Questo ti spiega anche quanto sia importante l’aspetto mentale nel nostro sport. Quando arrivi agli ultimi bersagli e dici: ok, devo rompere questo e ho vinto, ecco, davvero quello non è uno degli aspetti più facili da gestire.
Quanto resta di un piccolo-grande smacco come può essere stato quel doppio errore fatale nella finale individuale di Porpetto?
Nel mio caso il rammarico per gli errori c’è stato e ho dovuto gestirlo. Ma in quei casi devi fare i conti anche proprio con l’aspetto tecnico dell’errore. Ad esempio, a Porpetto appunto, nel giorno successivo: quello del Mixed Team quando ero in squadra con Luca Gerri, mi sono trovata a dover rompere nello stesso campo quello stesso piattello che era stato fatale nella finale individuale: il centrale in terza pedana. Non dico che fosse paura, ma il ricordo di quello che era avvenuto il giorno prima in testa mi è balenato. Però, poi, nella gara del Mixed Team quel piattello l’ho colpito e abbiamo vinto.
Foto: Issf




