Carabinieri: un bronzo prestigioso per una squadra di big
Gabriele Bernasconi guida il team della Fedelissima alla conquista del terzo gradino del podio nella Coppa dei Campioni di Fossa Olimpica
(di Massimiliano Naldoni)
Il podio c’è per la squadra dei Carabinieri alla Coppa dei Campioni 2026 di Trap e la medaglia di bronzo è un risultato di assoluto prestigio per la formazione guidata da Gabriele Bernasconi nell’edizione dominata dai magnifici sei di Fagnano, con la compagine della Contea capace di conquistare un luminoso argento al proprio debutto nella competizione. Con i 73/75 assemblati dal campione italiano di Eccellenza Valerio Grazini e da Luca Miotto, con il 71 di Gaia Ragazzini, il 70 di Alessia Iezzi e i 69 di Fabio Fiandri e Daniele Resca, in qualificazione la squadra dei Carabinieri aveva conquistato il secondo posto provvisorio con 425/450 alle spalle del 428 della Polizia Penitenziaria. A quel punteggio aveva contribuito il solidissimo 144/150 della terza serie sul campo 6 del Concaverde: un parziale importante che avrebbe poi permesso alla squadra di Gabriele Bernasconi di accedere al podio sbrogliando un ingorgo al vertice al termine della finale. Nel round riservato alle migliori dodici squadre, infatti, i Carabinieri totalizzavano 142/150 e, facendo valere quel parziale della qualificazione, si aggiudicavano il bronzo escludendo dal podio Fiamme Oro e Marina Militare. Di quella bella impresa parla proprio il direttore tecnico Gabriele Bernasconi nell’intervista che vi proponiamo.
Coach Bernasconi, come valuta la Coppa dei Campioni 2026 e il responso per la squadra dei Carabinieri?
La definirei una gara di contrasti perché ci siamo mossi in una situazione abbastanza intricata: nel senso che nella composizione della squadra avevo dovuto rinunciare a Massimo Fabbrizi e ad un altro giovane atleta che invece avrei voluto convocare e inoltre dovevo fare i conti con il fatto che l’annata, per alcuni e alcune della squadra, non era stata delle migliori. Ci ha aiutato senz’altro il fatto di aver provato la squadra nel Campionato italiano delle Società della settimana precedente: quella situazione ci ha permesso di compiere qualche autoriparazione. L’esperienza della Gioiese ci ha fatto benissimo: siamo andati a medaglia anche in quel caso, ma soprattutto abbiamo preso un po’ di slancio. Quando però siamo arrivati a Lonato, abbiamo trovato una situazione completamente diversa: se a Bari c’era freddo e vento e piattelli molto difficili, al Concaverde c’erano invece perfette giornate di sole e piattelli che, in gergo, si direbbero: sparabili. Quindi, tutta un’altra tipologia di gara nel giro di pochi giorni. Noi, di contro, avevamo ancora la necessità di compiere qualche altro ritocco: confesso che ho perso il sonno per pensare alla disposizione degli atleti e delle atlete in pedana, perché vedevo dei meccanismi che non ingranavano bene.
Come ha risolto la questione della disposizione in batteria?
Grazie alla grande disponibilità della squadra che è sempre pronta a fare il proprio lavoro, il venerdì pomeriggio finalmente avevamo trovato la quadra. Io dico sempre che in quei casi, trovata appunto la soluzione, come direttore tecnico ti devi togliere di mezzo e lasciar fare alla macchina… Però, sicuramente si è richiesto un lavoro accurato. Per spiegarmi facilmente, cito qualche situazione tipica che si verifica in una squadra: il lieve ritardo nell’apertura del fucile di uno degli elementi della squadra, o la particolare modalità di sbossolamento oppure ancora i tempi di esecuzione del tiro, e in particolare della seconda canna, appena più lenti o appena più rapidi. Avevo notato che negli allenamenti, per l’intervento di queste situazioni, si innescavano piccole reazioni a catena che producevano magari anche tre o quattro zeri in rapida successione. Se in un giro di pedana produci tre o quattro zeri, l’orizzonte del 140 diventa difficile da raggiungere. Mi rendo conto che questi aspetti possono apparire piccole sfumature, ma in realtà è un meccanismo importantissimo: se una certa disposizione in batteria mi permette di disporre, in quella determinata posizione, di un tiratore che eventualmente spezza quella sequenza di piccoli errori, io ho trovato il modo di restituire ogni volta il giusto ritmo alla squadra. E, per scendere nello specifico, ci sono atleti come Daniele Resca o Valerio Grazini che sono uomini-chiave che interpretano perfettamente quel ruolo. Ma devo dire che, in questa edizione della Coppa dei Campioni, Gaia Ragazzini, a sua volta, ha saputo svolgere correttamente quel ruolo: assumendo le tempistiche giuste e attribuendo il ritmo corretto al gruppo. È capitato infatti che qualche suo compagno di squadra in un momento procedesse in lieve affanno e allora arrivava Gaia a restituire il ritmo corretto alla batteria. Ma la difficoltà di questo processo è spiegato bene dal fatto che sei persone in squadra danno un’infinità di combinazioni ed è con tutte quelle combinazioni che, nella preparazione di una gara, ci dobbiamo confrontare.
Ad uno sguardo d’insieme la squadra ha totalizzato tutti parziali nel range del 140 e per molte formazioni sarebbe un risultato tecnicamente ineccepibile: è così anche per voi?
Sicuramente devi volere di più da questi ragazzi e da queste ragazze perché loro lo possono fare. E devi aiutarli a raggiungere il loro vero potenziale che nei fatti è superiore al 140 collettivo. Si tratta di professionisti, di atleti e atlete con un curriculum di tutto rispetto, quindi ritengo che li svaluterei se dicessi: va bene, accontentiamoci anche di meno… A tiratori e tiratrici di questa caratura non posso andare a dire che un 23 è un buon risultato. Ma per comprendere bene il valore di ogni singolo risultato nelle gare a squadre, io invito sempre a fare una considerazione. Prendiamo ad esempio di nuovo proprio il 140 a cui abbiamo fatto riferimento. Consideriamo i sei elementi della squadra che compiono cinque giri di pedana da cinque piattelli a testa per eseguire la serie: ebbene, per ottenere quel 140, non possiamo concedere più di due zeri per ognuno di quei cinque giri. E se avviene che in un giro, per quegli inconvenienti che dicevamo prima, maturano, ad esempio, quattro zeri, allora nel giro successivo, per restare in media, non puoi permetterti più neppure un errore.
Come ha vissuto le ultimissime fasi della gara?
Sono sempre combattuto tra la tentazione di staccare il telefono e godermi il momento di grande agonismo oppure invece confrontarmi in tempo reale con i punteggi delle altre squadre. Succede però che quando gli atleti hanno sparato l’ultimo piattello, immediatamente in te, coach, cerchino una risposta. E io devo essere pronto a dir loro: abbiamo vinto oppure siamo secondi o invece quarti. Come ho detto anche in altre interviste, alla Coppa Campioni sarebbe bellissimo mettere ogni squadra nella condizione di sapere che cosa avviene su tutti gli altri campi. In quel caso i miei atleti si sarebbero accorti che ai dodici piattelli della serie, con uno zero solo, sarebbe stati primi. Ma invece negli ultimi otto piattelli, se avessero fatto un altro zero, saremmo passati dalla terza posizione addirittura alla settima. Quindi, nella Coppa Campioni, è mia abitudine godermi la prima metà della serie. Poi, se la tendenza è buona, decido di andare a confrontarmi con i risultati che frattanto si stanno delineando sugli altri campi per mettermi nella condizione di fornire immediatamente un responso ai miei atleti appena hanno concluso la loro serie.
Se dovesse spiegare sinteticamente che cosa significa essere direttore tecnico di una squadra, cosa direbbe?
Che in quel ruolo devi intervenire soltanto per togliere qualche ostacolo. Se non ci sono ostacoli: guardi e impari. Però non si creda che, se la macchina è avviata, tu possa affidarti al pilota automatico: perché, con atleti di questo livello, ti capita magari che uno di loro, due ore dopo la serie, ti chieda: ma su quel destro in quinta, che cosa ho fatto? E tu devi rispondere. Ma tu nei hai visti ottocento di piattelli. E non è neppure detto che quel piattello, di cui ti si chiede un parere, sia stato uno zero. Magari è soltanto un piattello su cui quell’atleta ha dovuto spendere qualche seconda canna. Ma tu, coach, devi comunque avere sempre la risposta.
In questa gara la riserva si chiamava Gabriele Bernasconi, è corretto?
Sì: e mi piacerebbe sempre tantissimo stare con la squadra da atleta, ma il mio lavoro è davvero un altro. E soprattutto non voglio mai mettermi in competizione con loro. Ho sparato in allenamento, da filler, per consentire a turno ad alcuni di riposarsi, ma niente di più. Poi, nella giornata di sabato, alle cinque del pomeriggio, in quel momento in cui il Concaverde è un luogo magico, ho fatto quattro o cinque serie da solo, per rilassarmi. Sono arrivato tardi a cena e la squadra mi ha chiesto: ma dov’eri? A sparare, ho risposto.




