Davide Fedrigucci: uno scudetto per sognare il Mondiale
Il paratleta di Urbino, fresco vincitore del titolo di PT1, sta impostando la preparazione per gli appuntamenti principali della stagione 2026
(di Massimiliano Naldoni)
Davide Fedrigucci è il nuovo campione italiano di Paratrap per la qualifica PT1. Al confronto tricolore in programma al Tav Sant’Uberto di Manoppello, il cinquantaduenne paratleta di Urbino (al centro nell’immagine di copertina tra Raffaele Talamo e Santo Falanga) si è qualificato per la finale con 94/125: alle spalle del 110 di Giuseppe Arioli e del 106 di Raffaele Talamo, ma nel round decisivo ha letteralmente dominato la gara e ha conseguito la vittoria con 34/50 precedendo lo stesso Talamo (argento con 28) e Santo Falanga (23/40). A Davide Fedrigucci, neo-campione della qualifica PT1, abbiamo chiesto di raccontarci la sua gara e di rivelarci le sue ambizioni agonistiche per la stagione in corso.
Davide, qual è il tuo giudizio sul risultato tecnico che ti ha permesso di vincere il titolo italiano?
A dirla tutta, specialmente in qualificazione si poteva far molto meglio. Ma sappiamo che il tiro a volo è uno sport in cui replicare ogni volta il proprio punteggio standard è molto difficile. Certamente, in allenamento e anche in gara, la mia media è quella del 21 e invece in questo caso stiamo parlando di una gara in cui sono stato un po’ distante da quel punteggio. Poi, magari, in questo sport capita anche la giornata in cui riesci perfino a fare l’exploit e componi una media del 23. Nel tiro a volo c’è una certezza: che la condizione psico-fisica incide tantissimo e quindi le caratteristiche del tuo punteggio variano sempre in ragione della condizione generale con la quale ti presenti in gara. Nel caso, poi, del Paratrap questa incidenza spesso addirittura aumenta in misura esponenziale.
Hai padroneggiato abilmente anche tutta la finale: in allenamento ti dedichi molto a replicare appunto le condizioni dell’ultimo segmento della gara?
Sarò sincero. Di allenamento in tempi recenti sto facendo letteralmente: zero. Sono molto impegnato con il lavoro e sto ristrutturando la mia casa, quindi in questi ultimi mesi non ho avuto realmente tempo per allenarmi. Se va bene, riesco a fare una gara il sabato. E se va benissimo, riesco a fare un’altra gara la domenica. Ma sono molte di più le settimane in cui posso a malapena sparare cinquanta piattelli. Lo faccio proprio per non perdere il ritmo. E fra l’altro, immaginare di utilizzare la gara come allenamento non è mai così corretto: perché in gara ovviamente punti al risultato, vuoi rompere i piattelli a tutti i costi. Invece, l’allenamento che conta è quello che non considera il risultato. Nell’allenamento che ti serve davvero, non guardi al punteggio. Per progredire, devi avere la possibilità di metterti in pedana, con grande tranquillità, e magari ripetere varie volte quel determinato lancio.
Questa tua situazione particolare in realtà valorizza ancora di più il tuo risultato al Campionato italiano che si rivela in certo modo tutto prodotto del talento.
Il tiro a volo è lo sport che amo e quindi ci metto sempre una grande passione. Ma c’è anche una spiegazione molto tecnica: io di prime canne ne ho sempre fatte molte e continuo ad avere quell’attitudine. Ad esempio, a questo Campionato italiano, nella prima serie in cui ho fatto 17, in realtà non ho fatto neppure una seconda canna. E nell’altro 17 della gara, ho fatto una sola seconda canna. Se in quelle serie fossi riuscito a fare qualche seconda canna in più, allora avrei totalizzato quello che è il mio punteggio medio standard e ora non saremmo qui a chiederci che cosa è successo in quelle serie che sono andate meno bene. Questo, per dire che spesso anche le serie che ci sembrano critiche, in realtà sono ben sparate. Io sono sempre stato un tiratore di prima canna, ma ovviamente ho anche sempre coltivato questa mia attitudine perché è quello che ti serve poi in finale. Per principio non butto mai via la prima fucilata: cerco di sparare sempre al meglio.
Alla vigilia del Campionato italiano chiedevi a te stesso di vincere o potevano esserci posizionamenti intermedi in classifica che avresti considerato comunque positivamente?
Ero intenzionato a partecipare offrendo il meglio di me. Mi interessava anche trascorrere qualche giornata con gli amici e con tante persone che conosco e che magari non vedevo da tempo, ma in queste settimane non ho avuto l’ossessione di vincere. È certo che nello sport punti sempre al massimo risultato possibile, ma non c’era questa urgenza: innanzitutto perché sapevo che potevano esserci atri atleti in grado di offrire una prova anche superiore alla mia. Contavo semmai di andare in finale: sì, ci speravo e sapevo di essere nella condizione di poter accedere al gruppo dei migliori sei. Un podio sarebbe stato comunque davvero un ottimo risultato.
Qual è il tuo rapporto con lo zero: come lo gestisci?
Premetto che da sempre, in pedana, io avverto subito che sto commettendo l’errore alla partenza: all’avvio del movimento. Vedo subito che la fucilata non va dove dovrebbe andare. Mi rendo conto che sto strappando, ma sono in una situazione fisica che non mi permette di intervenire durante il movimento. Quindi, per essere certo di colpire, ho l’esigenza di avviare sempre correttamente il movimento e di seguire la traiettoria giusta. Ecco anche la spiegazione tecnica del fatto che non utilizzo molto la seconda canna.
Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?
Devo ammettere che vorrei riuscire a qualificarmi per il Mondiale. Ma non si improvvisa una gara di quella portata e di quella difficoltà e quindi nei prossimi mesi dovrò reperire del tempo per poter svolgere un allenamento più regolare. La settimana prossima sarò al Gran Premio di Chateauroux e quello sarà già un test importante per misurare le potenzialità a livello internazionale. In effetti a Chateauroux ho già gareggiato una volta e in quell’occasione ho sparato male: sarà l’occasione per riscattare quell’esperienza non positiva. Diciamo perciò che il percorso verso il Mondiale è davvero già iniziato.




