L’alfabeto del 2026 di Katiuscia e Michael Spada

Attraverso le gesta della dinastia Spada nella stagione appena conclusa si compone un quadro suggestivo della storia del tiravolismo italiano e mondiale

(di Massimiliano Naldoni)

Spada, ovvero: la dinastia dello Sporting e del Compak. Se papà Veniero ha letteralmente disegnato su di sé il prototipo del campione eclettico, del geniale tracciatore e del tecnico competente, la figlia Katiuscia (nell’immagine di copertina) e il figlio Michael hanno ereditato il talento e lo hanno saputo declinare perfettamente con modalità progressivamente aggiornate ai tempi con percorsi anche totalmente inediti (è il caso del lungo e glorioso itinerario intrapreso da Katiuscia nello Skeet). Il 2026 di Katiuscia e Michael Spada è sicuramente una stagione con prerogative tecniche interessanti. Entrambi hanno dominato il panorama nazionale delle proprie discipline assicurandosi, con perfetta simmetria, gli scudetti, rispettivamente della qualifica Ladies e della categoria Eccellenza, sia nel Compak che nello Sporting. E se Katiuscia ha saputo brillare a livello internazionale con la conquista del terzo posto all’Europeo di Sporting di Vetralla, sicuramente meno effervescente rispetto al recente passato (come riconosce con grande obiettività anche l’interessato) si è rivelata l’attività internazionale di Michael che infatti sta progettando una diversa preparazione in vista dell’assalto ai titoli di punta del 2027. Ma come osservare allora il 2026 di Katiuscia e Michael Spada? Abbiamo pensato di condensare in una sorta di alfabeto la stagione appena conclusa, ma quello che la specialista e lo specialista dello Sporting e del Compak hanno risposto compone anche un suggestivo quadro della situazione generale del tiravolismo attuale.

M come Medaglia. Katiuscia, che cosa rappresenta il bronzo conquistato all’Europeo di Vetralla della scorsa primavera?

Il terzo posto all’Europeo di Sporting per me è stato un bel piazzamento: quando sei sul podio, va sempre bene. Semmai al Mondiale di Sporting non ho sparato bene: ne sono pienamente consapevole. E anche al Mondiale di Compak a Rio Salso. Sì, tutti e due i Campionati del mondo non sono andati bene. D’altronde le stagioni del Compak e dello Sporting sono piene di gare importanti. Invece il Campionato italiano di Vetralla due settimane prima del Mondiale è stata una super-gara per tutti e due noi. Michael ha totalizzato 198 e io 193 con cui, fra l’altro, ho inflitto una quindicina di piattelli di distacco a tutte le colleghe. Si è immaginato da più parti che la minore qualità che abbiamo espresso al Mondiale fosse originata da quelle prove maiuscole in ambito italiano. Io dico che non è vero che si verifica un rilassamento, perché chi fa agonismo al nostro livello sa perfettamente che in ogni gara riparti da zero, ma è ovvio che dopo una bella vittoria fai un ragionamento di questo genere: la preparazione c’è. Purtroppo però nel Compak e nello Sporting ogni sede di gara ha una sua storia.

P come primato. Michael, ce n’è uno a cui forse non si è prestato particolare attenzione…

Sì, è quello che ho stabilito nel Compak nella sequenza che comprende i due Gran Premi Golden di Foligno e di Rio Salso e il Campionato italiano di Vetralla: sono due 198 e un 199. Si tratta di appena cinque zeri in tre gare: su 600 piattelli. Credo che sia davvero un record difficilmente uguagliabile

Michael Spada

S come Skeet. Katiuscia, che cosa ha rappresentato per te la disciplina olimpica?

Ad esempio, a livello tecnico lo Skeet ti costringe a un’imbracciata molto pulita, molto bella anche da vedere. Probabilmente già l’avevo quell’imbracciata, ma con lo Skeet si è perfezionata e riportarla al Compak mi ha permesso di essere più performante. E poi l’approccio mentale: nello Skeet sei una professionista. Non nego che, sebbene io sia ormai tornata definitivamente alle specialità non olimpiche, lo Skeet mi diverte ancora molto. Anzi, posso rivelare che prima delle gare di Compak spesso, con le canne da 81: quindi non certo in una situazione da Skeet, sparo delle serie di Skeet per rinfrescare quelle imbracciate, quella fluidità che al Compak poi mi serve. Volete sapere anche la mia percentuale di preferenza tra tutte le discipline che pratico? Allora, in tema di percentuali dico: 45 al Compak, 45 allo Sporting e 10 allo Skeet.

M come Maggioranza. Michael, tocca a te! In percentuale, a quale delle due discipline dai il gradimento maggiore?

Non saprei dare una risposta diversa dal 50 e 50. Posso dire che prima mi sentivo più competitivo allo Sporting, perché la considero una disciplina più tecnica e meno mentale. Negli ultimi anni, invece, ho lavorato di più sull’aspetto mentale ed è cresciuta la qualità e anche il gradimento per il Compak

R come ritorno. Katiuscia, come si è proiettata allora quella parentesi da skeettista sul tuo ritorno al Compak e allo Sporting?

Mi ha dato tanta consapevolezza di quello che voglio e di quello che nel tiro a volo mi diverte. Lo Skeet è disciplina olimpica che pone obiettivi diversi, anche e soprattutto per quanto riguarda la tua vita professionale di atleta. Però io sono sempre stata consapevole che, tolto l’entusiasmo dettato dagli obiettivi più alti, nello Skeet non esprimevo comunque quella passione che invece io ho per il Compak e per lo Sporting. A un certo punto ho detto: fai quello che senti più tuo. Non dico che non ci fosse predisposizione e, senza voler essere presuntuosa, anche talento, ma nello Skeet faticavo un po’ di più perché sentivo di non essere completamente nel posto giusto. Il paradosso è che il gioco mi riusciva, altrimenti probabilmente sarei tornata indietro molto prima. Va anche detto che il ritorno al Compak e allo Sporting ha significato soprattutto tornare a quelle che erano state da sempre le nostre tradizioni familiari.

A come Azzurro. Michael, che giudizio dai della tua stagione internazionale?

Ci sono state ottime stagioni nel recente passato in cui il mio forte è stato certamente più il panorama internazionale che quello nazionale. Questa stagione, invece, è stata grandissima a livello italiano. Sono stato al top in Italia, ma un po’ distante dal vertice negli Europei e nei Mondiali. Nel caso del Mondiale di Sporting avevo appena adottato un nuovo modello di fucile. Al Mondiale di Compak c’è stato qualche piccolo episodio che ha pregiudicato tutta la gara: ad esempio, ho sbagliato il 25° piattello nelle prime tre serie. Il prossimo anno voglio fare una strategia diversa. Prendere con più cautela le gare in Italia e puntare sull’attività internazionale.

Michael e Katiuscia Spada

D come didattica. Katiuscia, quale disciplina consiglieresti a un ragazzo o a una ragazza che vuole avvicinarsi al tiro a volo?

Il Compak. Per il motivo che ti fornisce un’infarinatura di tutto e hai la possibilità di affrontare anche piattelli molto semplici. È la disciplina che ti fa capire le dinamiche del tiro: come si segue un piattello, come si esegue l’imbracciata e come si spara. Quando hai acquisito quel tipo di base che ti fa colpire qualsiasi tipo di piattello, che sia un piattello da Trap, che sia un traversone o che sia un lancio da Skeet, a quel punto puoi trovare la tua strada. È proprio in quel processo che emergono le prerogative della persona: se hai problemi con l’imbracciata, allora sei probabilmente più portato per la Fossa Olimpica. Se invece sei molto rapido nel tiro, allora sei più portato per lo Skeet. Sconsiglio sempre, però, di indirizzarsi subito in maniera esclusiva verso una disciplina. E poi dico sempre ai ragazzi, a lezione: anche se stai facendo il Campionato del mondo, deve esserci il divertimento, il gusto, la passione di praticare il tuo sport.

E come Esordio. Michael, qual è il primo piattello che fai sperimentare ai tuoi nuovi allievi?

L’entrante: che è il piattello sul quale hai più tempo di ragionamento e hai più tempo per fare i movimenti. Nel tiro a volo, all’inizio, non hai davvero bisogno di velocità. Più avanti, semmai, si alza il livello. E infatti l’uscente veloce è l’ultimo step.

G come Giovani. Katiuscia, qual è il tuo parere sulla sfera under 20 del Compak e dello Sporting?

D’accordo, non c’è ancora un calendario di gare dedicate in modo esclusivo alle ragazze e ai ragazzi, ma sappiate che c’è un vivaio bellissimo di ragazzi e ragazze del Compak. Attualmente sto seguendo Jacopo Adamati che è un giovane atleta che fra l’altro ha raggiunto un livello già molto alto. In un caso come questo, ti rendi conto quanto devi lavorare di fino, sulle sfumature, per fargli fare un salto importante. Però c’è un vivaio interessante anche in termini di numeri. Ed è un vivaio che può fare grandi passi in breve tempo. C’è ad esempio un’altra ragazza che seguo da un paio d’anni, Giulia Allegrucci. Faticava tantissimo all’inizio, ma quest’anno all’Italiano di Compak è arrivata terza con un buon punteggio. Anche mia figlia Ginevra, che adesso è una quattordicenne, si sta avvicinando al tiro con molto entusiasmo. Mio padre ha suggerito di essere graduali con lei: di permetterle nei tempi giusti di capire cosa vorrà fare e credo che per una ragazza di quell’età sia la scelta giusta.

Michael Spada

C come Competizione. Michael, meglio vincere o convincere? Arrivare comunque al risultato o essere soddisfatti della propria prova?

Sono un ragazzo molto autocritico e so, ad esempio, come si è detto prima, che quest’anno non ho sparato ai miei livelli standard nelle competizioni importanti. Quello che mi interessa è cercare di essere sempre competitivo. Poi, una volta puoi vincere e un’altra non vincere. Il nostro è uno sport con una forte componente mentale e questo produce anche delle sorprese. Magari qualche volta a vincere un titolo importante come il Mondiale o l’Europeo è un tiratore neppure troppo noto a cui ben pochi avrebbero dato credito alla vigilia della gara. Direi che è successo anche quest’anno.

S come Storia. Katiuscia, com’era lo Sporting del tuo primo titolo mondiale e com’è lo Sporting di oggi?

Sono fortunata ad aver vissuto lo Sporting di prima e lo Sporting di adesso: le due fasi con quell’interruzione skeettistica nel mezzo. Posso dire che sono due mondi diversi. Mio padre l’ha avvertito di meno questo stacco per non aver vissuto una fase diversa come nel mio caso. Lo Sporting è cambiato molto. In quella mia prima fase c’erano le scuole inglesi e francesi: erano loro che detenevano la cultura dello Sporting e per noi italiani significava inseguire arrancando. Una vittoria italiana in quella fase apparve un evento eccezionale. Semplicemente perché in Italia mancava una cultura tecnica dello Sporting a livello di tipologia di lanci: non avevamo i campi da Sporting, non avevamo la cultura del lancio lungo che invece per quelle scuole era pane quotidiano. Non accadeva certo, quindi, che ci fossero lanci facili anche all’epoca del mio primo titolo, ma è certo che nel frattempo, nella mia seconda fase, ho trovato davvero tutto più strong. Per quello dico che il mio terzo posto all’Europeo è un bel risultato: perché il livello generale oggi è molto alto. È un altro mondo anche per la partecipazione: sono apparse nuove nazioni ed è fortemente aumentato il numero dei contendenti. Ad esempio, l’Asia era totalmente assente e adesso invece le nazioni asiatiche sono pienamente coinvolte nelle discipline del Compak e dello Sporting.

T come Trap. Michael, da tiratore che occasionalmente si rivolge alla Fossa Olimpica, cosa pensi dell’attuale tipologia di finale?

Per la mia esperienza, sapere quale piattello stai per affrontare è un vantaggio. So bene, però, che non è una posizione condivisa da molti specialisti della Fossa Olimpica. Anche quando affronto la serie di qualificazione nel Trap, sono un tiratore che conta i piattelli. E perfino nel caso di un no target, se mi permette di intuire la direzione, allora nella ripetizione mi imposto già con una leggera variazione in favore di quella direzione. Anche se riconosco che occorre poi prestare attenzione a non attivare in anticipo il movimento. Forse è l’abitudine del tiratore di Compak che, da imbracciato, affronta i piattelli del Trap conoscendo già la traiettoria.