Cristian Ciccotti: il campione tenace
Al Concaverde l’atleta capitolino dei Carabinieri conquista il titolo dell’Eccellenza di Skeet con una graduale scalata delle posizioni
(di Massimiliano Naldoni)
Virtualmente fuori dal lotto dei finalisti all’intertempo del primo giorno, pur con tre 24 all’attivo; poi in finale con il dorsale numero 7 conquistato in uno shoot-off fluviale in cui l’alternativa poteva essere l’esclusione dal round decisivo. Con un prestito (e una parafrasi) da un De Gregori d’annata potremmo dire: è proprio da questi particolari che si giudica un tiratore. È infatti in quei passaggi difficili in cui si è snodata la sua gara che Cristian Ciccotti al Campionato italiano di Skeet di Lonato ha saputo esprimere tutta la tenacia che lo ha poi condotto a vincere. Quanto ai numeri che sintetizzano la brillante conquista dello scudetto 2026 dell’Eccellenza: al 121/125 della qualificazione si devono aggiungere i sedici centri in quello shoot-off a seguito del quale Cristian Ciccotti ha artigliato autorevolmente la finale e poi il potente 33/36 che ha permesso al ventinovenne atleta romano di precedere sul podio Gabriele Rossetti e Tammaro Cassandro.
Cristian, che si sia trattato di una gara da costruire con paziente determinazione, passo per passo, lo prova il fatto che al termine del primo giorno, pur con 72/75, in quel momento non saresti entrato tra gli otto finalisti.
Sì, infatti è stata sicuramente una gara in rincorsa. Ho dovuto far bene a tutti i costi il secondo giorno con un 25 all’ultima serie che non è mai facile. Poi d’accordo, come sappiamo: è andata bene, ma fino all’ultimo in una gara in Italia non è mai scontato: ci possono essere sempre colpi di scena, perché da noi il livello è altissimo e quindi ogni gara è veramente impegnativa.
Fra l’altro lo shoot-off per accedere al gruppo degli otto è stata una mezza finale…
È vero. E dirò di più: per me è risultato più duro lo shoot-off della finale. Intanto perché, se avessi perso quello shoot-off, adesso non potrei esser qui a parlare della mia vittoria. E poi perché di nuovo è stato un confronto con altri atleti molto forti.
Domanda di rito: qual è la tua sensazione nei confronti dell’attuale tipologia di finale?
L’impressione che ho maturato fino dal primo momento in cui l’ho sperimentata è che è molto diversa da quella a sessanta piattelli: ovviamente è più rapida, ma soprattutto praticamente non ti consente errori perché non hai possibilità di recupero. Anche mentalmente richiede un altro tipo di concentrazione: più immediata, più breve. È cambiato molto, quindi, rispetto alla finale precedente. Però, per un altro aspetto, è una tipologia che permette anche agli ultimi del gruppo degli otto finalisti, in qualunque momento, di compiere la rimonta: ed è, del resto, proprio quello che è successo a me. L’obiettivo con cui devi affrontare questa finale è limitare al massimo gli errori nei primi ventiquattro piattelli e in quel modo stabilire il maggior vantaggio possibile.
Ad esempio il tuo errore nei primi dodici lanci, specialmente sapendo che avevi il dorsale numero 7, ha probabilmente rappresentato subito un motivo di preoccupazione?
Assolutamente sì. Ma ancora di più nel caso del mio secondo zero: quello nei secondi dodici piattelli. Quando ho sbagliato uno dei piattelli nella doppia alla 4: ecco, lì ho avuto davvero paura di uscire. E sì: ovviamente la preoccupazione si accentua poi quando non hai dalla tua il vantaggio del dorsale. Con quel meccanismo del dorsale che risolve le situazioni di parità, in un attimo, da favorito in quella determinata fase della gara, ti puoi ritrovare escluso.
Come hai vissuto quell’ultimo duello con Gabriele Rossetti alla 5?
In maniera molto insolita. Perché ero così concentrato sulla mia gara che non ho proprio sentito segnalare lo zero di Gabriele e quindi ero convinto di doverli rompere tutti e quattro per vincere. Quando ho fatto lo zero, ho detto: colpisco questa doppia e mi preparo per lo shoot-off con Gabriele. Mi preparavo già mentalmente, perché uno shoot-off con Gabriele Rossetti non è mai una passeggiata. E infatti ho colpito la seconda doppia senza esultare, perché ero convinto di dover procedere allo shoot-off. Poi ho visto tutta la gente che mi veniva incontro e ho sentito che qualcuno mi guardava e urlava di gioia, allora ho detto: forse ho vinto…
Potremmo indicare proprio quel momento come l’emblema della costruzione paziente e tenace di questa vittoria?
Sì, perché è una gara che già da casa avevo preparato nei dettagli. Soprattutto la finale: in allenamento mi ero concentrato molto su tutte le sue modalità. Poi, però, il nostro sport è spietato e magari qualche volta non viene premiato tutto l’impegno che ci hai messo. E poi naturalmente c’è l’incognita di confrontarsi con atleti fortissimi come Gabriele Rossetti, come Tammaro Cassandro, come Erik Pittini e tanti altri. Ogni volta devi misurarti con tutte queste situazioni e provare a trasformarle nella tua vittoria.




