Vito Cito: che la grande avventura iridata abbia inizio!
Il tecnico torinese affronta da atleta il Mondiale di Fossa Universale di Melbourne con il contributo di una lunga esperienza maturata sulle pedane del mondo
(di Massimiliano Naldoni)
Vito Cito è istruttore di tiro dal 1998 e per molti anni ha forgiato uno stuolo di giovani atleti nei suoi corsi sulle pedane del Tav Belvedere di Uboldo. Da sei anni però Cito, nel ruolo di tecnico federale della Nazionale di Fossa Universale, è noto soprattutto per essere letteralmente la preziosissima ombra di ogni azzurro della squadra del Dt Sandro Polsinelli. A quarantasei anni il tecnico/atleta piemontese, che vanta anche quattordici stagioni di militanza nelle Fiamme Oro, affronta una di quelle sfide che si definiscono epocali: nello scorso autunno Vito Cito ha infatti deciso di mettersi in gioco come agonista nella corsa per il Campionato del Mondo 2026 e ha centrato impeccabilmente la qualificazione. Nel confronto di Melbourne l’atleta torinese sarà dunque in gara con due maestri della disciplina come Stefano Narducci e Vincenzo Triscari.
Vito, com’è maturata la tua decisione di affrontare da atleta questa meravigliosa avventura del Mondiale australiano?
Quando abbiamo appreso che in questa trasferta la squadra sarebbe stata circoscritta al Direttore tecnico Polsinelli e ad un gruppo moto ristretto di atleti, ho consultato proprio Sandro e gli ho fatto presente che avevo l’intenzione di partecipare alla selezione per provare a partecipare al Mondiale nel ruolo di atleta. A questo proposito devo esprimere la mia gratitudine a Pierluigi Pescosolido, alle Fiamme Oro e alla Fitav che mi stanno aiutando, sia nel mio ruolo di tecnico della Nazionale che in quello di atleta, permettendomi di svolgere l’attività nel tiro a volo mediante i cosiddetti distacchi nella mia funzione professionale nella Polizia di Stato. Quanto alla corsa per la partecipazione al Mondiale, naturalmente tutto era molto legato all’esito del primo test di qualificazione, quello di Fagnano, che è andato bene: ho totalizzato 192/200 e già con quel risultato e con il conseguente piazzamento mi sono qualificato per la finale di Ponso. Poi è stata positiva anche la seconda prova: quella di Lonato a cui ho partecipato in realtà soltanto per fare allenamento perché appunto l’accesso al test finale era già acquisito. Ma d’altronde in quel momento dicevo a me stesso: se ci dobbiamo provare, proviamoci fino alla fine e stiamo sul pezzo. Al Concaverde è scaturito un buon 190 e a quel punto ci ho creduto davvero.

Dunque hai affrontato la finale di Ponso con la consapevolezza di essere pienamente in corsa per la qualificazione?
Dopo la gara di Lonato ho intensificato gli allenamenti e in quelle settimane ho sentito che lo stato di forma cresceva e quindi a Ponso mi sono presentato tranquillo. Già in allenamento il giorno prima del test avevo fatto 98/100, perciò ero sereno e davvero consapevole dei miei mezzi. È stato un momento bellissimo in cui mi riusciva tutto bene come mi accadeva normalmente dieci o quindici anni prima.
A Ponso una gara di fatto ineccepibile ha però riservato una sorpresa come colpo di coda…
Esattamente. Devo dire che a Ponso ho sparato bene: ho fatto 196, ma ho sbagliato il 199° piattello. Ero in quinta pedana e mi sono distratto, non per il punteggio che frattanto avevo acquisito, ma per la convinzione che mancassero ancora sette piattelli alla conclusione della serie e invece appunto stavo affrontando il penultimo. Evidentemente ero così concentrato sui singoli bersagli che ho proprio perso la cognizione della sequenza. Infatti ho poi colpito il duecentesimo piattello e mi stavo spostando nella pedana successiva per continuare a sparare. Quando poi mi hanno avvertito che la gara era finita, sono anche rimasto male perché quando arrivi al 198° piattello con appena tre zeri, devi assolutamente chiudere a 197. È stato maggiore il fastidio per essere incappato in quello zero in quel preciso momento della gara che non la soddisfazione di aver centrato la qualificazione. Almeno in quel momento, intendo: poi, naturalmente, ha prevalso la felicità del traguardo raggiunto. D’altronde credo che sia comprensibilissima la mia reazione, perché idealmente ero già sintonizzato sul Mondiale che avrei affrontato ed è fuori discussione che in quel caso anche un solo piattello potrà fare davvero la differenza.
Che Mondiale sarà quello di Melbourne attraverso il filtro della tua esperienza?
Un Mondiale molto difficile, perché ad esempio io in Piemonte, ma in realtà è capitato anche ad altri di noi in altre zone d’Italia, in queste settimane mi sono allenato con temperature invernali davvero rigide. In quella situazione dopo un quarto d’ora che sei in pedana perdi la sensibilità sul grilletto del fucile e sei legato nei movimenti per l’abbigliamento pesante. Poi, nel caso del Mondiale, ci saranno dieci ore di differenza di fuso orario che sicuramente peseranno tantissimo nell’approccio alla gara. Ormai da un mese avevo impostato l’orologio della mia auto sull’ora di Melbourne proprio per fare una serie di considerazioni durante quelle che sono le mie consuete ventiquattro ore della giornata. Dal mio punto di vista, so che ho svolto una corretta preparazione tecnica, quindi sotto quel profilo sono convinto di arrivare al Mondiale ben preparato. Un anno fa, con una preparazione analoga per il test in Sudafrica, proprio nello stesso periodo, in gara ho poi fatto 194 e so che per quel punteggio hanno avuto un ruolo proprio l’esperienza e la fiducia nei miei mezzi.

Vito, un giudizio da tecnico prima ancora che da atleta: al Mondiale chi saranno gli avversari da tener d’occhio?
I francesi, perché è una scuola sempre molto forte, ma anche le squadre della Spagna e del Portogallo. E naturalmente gli australiani che questa volta giocano in casa. Sappiamo che quando sono venuti in Europa sono stati spesso temibili. Non è raro poi trovare lo sconosciuto che fa il risultatone. È capitato anche un anno fa in Sudafrica: quando ho dato uno sguardo al tabellone mi sono convinto che la partita sarebbe stata giocata tutta tra noi italiani e invece un atleta sudafricano, neppure molto conosciuto, ha totalizzato un 195 e mi ha superato di un piattello. Si trattava fra l’altro di un atleta che davvero non aveva precedenti esperienze di gare internazionali. Puntualmente poi c’è anche lo Junior che trova la sua gara speciale. Io mi considero la matricola della squadra, con Stefano e Vincenzo che sono invece dei fuoriclasse, però, se riesco a stare sui miei punteggi, ci sono le premesse per un buon risultato. Poi, naturalmente come sempre sarà il campo a decretare il vero responso.




