Fagnano: costruire la serie perfetta

La Società del Presidente Alberto Bassi ha conquistato la Coppa dei Campioni di Fossa Olimpica: dell’impresa parla il coach-atleta Luigi Matarazzo

(di Massimiliano Naldoni)

Quando si parla di gare a squadre, la serie perfetta è un po’ la pietra filosofale del tiro a volo: il traguardo che si insegue per un’intera carriera e non si è mai certi di raggiungere. Ma Luigi Matarazzo, oltre alle qualità di coach esperto e di valente agonista, evidentemente possiede anche le doti dell’alchimista e, insieme agli altri atleti della squadra del Tav Fagnano, ha saputo distillare la serie giusta al momento giusto per conquistare la Coppa dei Campioni 2026 di Fossa Olimpica: nel vivido ricordo di Mauro Bassi, l’indimenticato Presidente del club varesino che è stato a sua volta maestro di molti di quegli atleti che oggi, nel suo nome, hanno realizzato un’impresa storica. Cinquantaduenne di Giussano (che un tempo era provincia di Milano e ora è Monza Brianza), che vive e lavora nella località lecchese di Garlate, Luigi Matarazzo è l’artefice tecnico della vittoria del team del Presidente Alberto Bassi e in quella formazione, oltre a rivestire il ruolo di coach, si è ritagliato anche una determinante parte attiva in senso agonistico, ma sulle pedane del Concaverde, ad agevolare la costruzione della serie perfetta, hanno contribuito anche Raffaele Montoro, Stefano Pavan, Rudy Ghisleni, Diego Esposito Civitello, Giovanni Inversini e la riserva (poi divenuto in realtà: man of the match) Marco Molteni. Undicesimi con 406/450 alla boa delle tre serie, in finale i magnifici sei di Fagnano hanno sfoderato un prodigioso 145/150 che ha costretto all’argento La Contea (144) e al bronzo i Carabinieri (142). Quello che state per leggere è il racconto esaltante di quell’impresa proprio nella prospettiva del coach Luigi Matarazzo.

Coach Matarazzo, quali erano gli obiettivi di partenza di Fagnano in questa edizione della Coppa dei Campioni?

La Coppa dei Campioni è una gara straordinaria e difficilissima in cui prima di tutto coltivi la speranza di accedere al gruppo delle dodici squadre finaliste e in realtà il raggiungimento di quel traguardo ti attribuisce già grande soddisfazione. La formula adottata in queste ultime stagioni, in cui la finale prevede la ripartenza da zero, apre ovviamente tutto un altro scenario in cui puoi provare a realizzare il grande sogno. E noi, quel sogno, effettivamente lo stavamo coltivando.

Quale elemento, entrato strepitosamente in gioco nella serie finale, vi ha trasmesso una motivazione incredibile e ha ispirato la grande qualità espressa dalla squadra?

Un elemento fondamentale che ci caratterizza è l’assenza di protagonismi nella squadra: c’è sempre invece una forte coesione del gruppo. Spesso nello sport si dice: vinciamo perché siamo un gruppo di amici. Nel nostro caso, quella situazione è pura realtà. L’identità della squadra rispecchia quell’ideale di società sportiva che a suo tempo è stato ispirato da Mauro Bassi e che è il punto di riferimento anche di suo figlio Alberto: uno spazio di condivisione di valori genuini in cui si è davvero tutti parte della stessa famiglia sportiva. In una squadra che vuole conseguire il risultato, non possono esserci primedonne: si deve guardare tutti insieme, nello stesso modo, all’obiettivo finale. È doveroso spiegare che, nella costruzione della squadra, abbiamo dovuto compiere qualche scelta coraggiosa e abbiamo dovuto rinunciare a qualche atleta anche molto forte che milita nella nostra scuderia: queste scelte sono state comprese pienamente e non hanno mai prodotto del malcontento negli elementi che non hanno ricevuto la designazione. Sono convinto che questo sia un altro segnale evidente di grande coesione del gruppo.

Del resto anche la costruzione della squadra è il prodotto di un lavoro realmente condiviso, non è vero?

Certamente: questa formazione deve molto al contributo di collaborazione di Marco Molteni e Stefano Pavan che mi hanno assistito da vicino in tutto il processo di definizione della squadra e hanno poi partecipato in maniera determinante alla vittoria. Marco Molteni, ad esempio, è un atleta fantastico con una visione particolare e interessantissima dell’attività sportiva: per lui, che è un tiratore di Eccellenza che domina stabilmente anche i confronti regionali e si esprime perfettamente sia nell’Olimpica che nell’Universale, vincere un Campionato italiano individuale non rappresenta il traguardo più alto. Marco è stato un calciatore prima ancora che un tiratore, quindi il suo orizzonte agonistico è proprio quello della squadra: la vittoria che conta è quella collettiva.

Coach Matarazzo, il riferimento al calcio è perfettamente calzante perché nel corso della gara di Lonato ha richiamato in panchina uno dei suoi titolari per operare una sapiente sostituzione che ha avuto un effetto positivo immediato.

Sì, e non a caso stiamo parlando proprio di Marco Molteni. Avevamo concordato di comune accordo che Marco Molteni partisse da riserva con la possibilità di un suo utilizzo da jolly qualora si fosse rivelato necessario. È dopo la seconda serie che abbiamo capito che era il momento di far scendere in campo Marco. In quelle prime due serie Diego Civitello non era riuscito ad esprimersi al meglio e allora, proprio scambiando un semplice sguardo con lo stesso Diego e con Marco, ho fatto quella scelta. A quel punto eravamo dodicesimi in classifica: non potevamo quindi permetterci di buttar via niente nella terza serie per accedere alla finale. La gara non era pregiudicata: avevamo accumulato trentuno zeri e quindi una media di quindici zeri a serie che non ti esclude. Ma eravamo al limite: non potevamo sbagliare più. Il cambio è stato visto allora nella doppia funzione: centrare la qualificazione e avere in finale un elemento tecnicamente solido e capace di portare il suo contributo. Però, ecco che in questa situazione si capisce quanto sia necessario lo spirito di squadra: Diego Civitello non era sicuramente in una delle sue migliori giornate, ma i suoi due 21 si sono rivelati comunque fondamentali, perché un crollo vero e proprio in quelle prime due serie avrebbe prodotto la nostra esclusione dalla finale. Quindi, onore al merito anche a questo nostro atleta che ha avuto a cuore le sorti del gruppo e ha accettato l’avvicendamento senza recriminazioni, ma anzi con la fiducia nelle scelte del coach. Quanto a Molteni, io dico sempre che Marco, quando scende in campo con quella sua carica combattiva e quel suo acceso spirito di squadra, riesce a dare due marce in più a tutta la batteria. E infatti ha saputo totalizzare 24 nella terza serie e poi uno dei 25 della finale. Ma, a proposito degli altri elementi della squadra, voglio elogiare anche Raffaele Montoro che in allenamento, nella giornata di sabato, aveva incontrato evidenti difficoltà e aveva infilato qualche serie negativa, ma in gara ha prodotto uno spettacolare 96/100. Raffaele ha compreso che nel momento di difficoltà non si è trovato da solo e ha ricevuto da me e dagli altri la fiducia che meritava. E un contributo di solidità alla squadra lo ha assicurato anche Giovanni Inversini che non ha davvero mai perso di vista l’obiettivo finale.

Dopo l’ottimo 139 della prima serie, il 130 della seconda effettivamente ridimensionava provvisoriamente la portata del vostro parziale: che cosa è successo in quella serie?

In una gara come la Coppa dei Campioni la tensione gioca sempre il suo ruolo. E poi ci sono motivazioni strettamente tecniche: io, ad esempio, ho sbagliato due volte lo stesso piattello alla pedana 3 e poi due volte alla pedana 5. Sono gli zeri che mi hanno costretto al 21 in quella serie. Non ho letto correttamente quel piattello per ben quattro volte in quella serie. D’altronde, i nuovi schemi sono difficili: non hai più, come avveniva prima, la pedana di stallo in cui, diciamo, puoi adagiarti sull’esperienza che hai maturato negli anni. Quindi, in una gara subentrano proprio anche delle difficoltà tecniche che a volte la squadra nel suo insieme non riesce a gestire bene. Individualmente parti svantaggiato perché pensi che, ad esempio, il sinistro in terza pedana ti creerà problemi. E in un attimo si materializza la serie meno brillante.

Anche nel transito dalla qualificazione alla finale avete dato prova di grande capacità di adattamento a livello psicologico e fisico.

Devo ammettere che è così perché abbiamo tirato l’ultima serie tra gli ultimi, quindi ci siamo trovati a realizzare, nello stesso momento, che eravamo entrati tra le dodici finaliste da undicesimi e che nel giro di un quarto d’ora avremmo dovuto affrontare la finale. In quel momento ai ragazzi ho detto: il primo obiettivo, quello della finale, lo abbiamo raggiunto. Adesso tutto può succedere, ma certamente servono punteggi alti. Il 25 siamo capaci tutti di realizzarlo e non è che ne realizziamo tre all’anno: siamo tutti tiratori che producono spesso il punteggio pieno in una serie. Ma fino dal momento che siamo scesi in pedana per la finale ho avuto l’impressione che si potesse far bene. Non l’ho manifestato agli altri, ma forse un po’ tutti abbiamo sperimentato la stessa bellissima sensazione. Ai quindici piattelli della serie avevamo soltanto due zeri e e lì il sogno ha iniziato a prendere consistenza. È in quel momento che tutti abbiamo capito che era il momento di giocarcela con tutte le nostre forze. Questa è la vittoria che avrebbe dovuto conseguire Mauro Bassi qualche decennio fa ed è certamente una vittoria tutta dedicata alla sua memoria. Basta considerare che Stefano Pavan e Rudy Ghisleni sono stati i ragazzi che Mauro Bassi ha trasformato a suo tempo in giovani forti tiratori: e questa volta, non a caso, Stefano e Rudy sono stati tra le colonne della squadra.

Coach Matarazzo, la fotografia emotiva di questa vittoria qual è?

Mi viene in mente Paolo Cavarzan, che sparava sul campo 11, che è venuto a vedere gli ultimi piattelli della nostra serie: si è commosso ed è corso in pedana ad abbracciarci e piangeva con noi. E poi la squadra di Seriate che ha festeggiato per noi: ci hanno mandato i video in cui brindavano alla nostra vittoria. E ancora la direttrice di tiro Sabrina Panzeri che arbitrava nel nostro campo: ho finito la serie, mi sono voltato e l’ho vista commossa. Tutte immagini che sicuramente non dimenticherò mai.